Swami Veetamohananda

 

Gli aforismi di Patanjali

(versetti 17-22)

Traduzione a cura di Amanzio Borio

 

Nel nostro ultimo incontro abbiamo detto che la gioia della vita spirituale si basa sulla pratica e sulla rinuncia. Questo significa semplicemente che senza attraversare le sofferenze che questa  pratica  implica non è possibile raggiungere l’estasi dell’illuminazione. E nulla nell’universo potrà mai superare e distruggere il progredire di questa beatitudine. La persona che raggiunge  questo stato trascendentale è, per sempre, al di là di ogni timore, di ogni desiderio, di ogni sofferenza, al di là di tutte le limitazioni dell’esistenza temporale. Diventa maestra di se stessa, come se partecipasse al potere di Dio.

Questo stato  è al di là del piacere, al di là della sofferenza. Quelli che l’hanno sperimentato ce l’hanno affermato: in questa gioia infinita non esiste più sofferenza, né guadagno né perdita, e la perdita non è più una perdita. La persona spirituale sviluppa una facoltà  completamente nuova, diretta dalla rivelazione del Sé, un canto infinito nella Verità, nella Conoscenza e nella Felicità. L’ignoranza svanisce, e con lei tutte le illusioni, tutti  i dispiaceri, tutte le ferite. Quello che è, è.  L’esistenza è pura e semplice. In questa semplicità estrema non esistono né contrasti né conflitti. E’ uno stato di coraggio assoluto e di dolce spensieratezza, uno stato di divina irresponsabilità in cui più niente è da programmare, da nascondere, da prendere e da difendere.

E’ un modo di vivere nell’apertura di Dio, ridendo e giocando alla maniera di Dio. Ascoltiamo l’esperienza di un pellegrino:

“La preghiera del cuore mi ha offerto una consolazione tale che ho sentito che non poteva esserci in terra una persona più felice di me, e dubitavo che possa esistere una felicità più completa nel Regno dei Cieli. Non solo sentivo questo nella mia anima, ma tutto il mondo esterno mi sembrava pieno di grazia e di delizie. Tutto mi portava ad amare e a ringraziare Dio: le persone, gli alberi, le piante, gli animali. Li vedevo tutti come membri della mia famiglia. Ritrovavo in ciascuno di loro il nome magico di Gesù. A volte, mi sentivo così leggero come se fossi senza corpo e fluttuassi beatamente nell’aria invece di camminare. A volte, quando rientravo in me stesso, vedevo chiaramente l’interezza dei miei organi e mi meravigliavo della saggezza con cui il corpo umano è fatto. Altre volte ancora mi sentivo così felice come se  fossi diventato lo Zar. E durante tutti questi momenti di felicità desideravo che Dio lasciasse, molto in fretta, venire a me la morte, per potere, nel mondo degli spiriti, depositare ai Suoi piedi il mio cuore colmo di gratitudine”.

E’ certo che l’uomo, lungi dall’essere un giocattolo nelle mani della vita e della morte, può conquistare tutte queste forze e controllare il suo destino. Egli  può comprendere ogni enigma del mondo in maniera creativa e amare ogni creatura.

Si può ottenere qualcosa di più importante di questo stato sublime?  Nulla nel mondo ha profondamente senso fino al suo conseguimento. Di colui che l’ha ottenuto, una Upanishad dice: “Egli ha raggiunto la padronanza di se stesso. Ha raggiunto il controllo del suo mentale , della sua parola, del suo ascolto, della sua intelligenza. Molto di più, egli è diventato Quello- Brahman, il cui corpo è spazio e la cui natura è vera, il cui mentale esulta, che si diletta della vita, pieno di pace e immortale”.

Dopo quest’introduzione studieremo gli aforismi dal diciassette al ventidue del trattato sullo Yoga di Patanjali.

 

Versetto 17. “Vitarka Vichara  Ananda Asmita Rupanugamat Samprajnata”.

“La concentrazione su un solo oggetto (Samprajnata) può arrivare a quattro stadi: l’osservazione (Vitarka), la discriminazione (Vichara), la pace gioiosa (Ananda) e la semplice coscienza dell’individualità (Asmita).

 

Quando questo stato è raggiunto, il mentale perviene ad una liberazione serena dall’attrattiva materiale. Un discepolo di Sri Ramakrishna parla dell'esperienza del suo Maestro: “ Paragonate con questa delizia paradisiaca, tutte le occupazioni di questo mondo, perfino lo studio, non valevano più della polvere per lui. Egli, continuamente, non vedeva altro che la luce di Brahman, mentre noi non vedevamo che le cose materiali”.

Sri Ramakrishna stesso ha parlato una volta di questo stato di Samadhi: “Questo assomiglia allo stato di felicità del pesce ben vivo che, dopo esserne stato tolto, viene immerso di nuovo nell'acqua

 

Queste dichiarazioni ci aiutano a comprendere come il mentale si trasforma progressivamente in mentale cosmico. Quando è nella  forma cosmica riflette la Luce della Pura Coscienza, Purusha.

Possiamo descrivere alcune caratteristiche che mostrano che l'aspirante ha conseguito questo stato:

1. un ragionamento logico e un pensiero epistemologico;

2. una discriminazione filosofica;

3. una visione chiara della Realtà suprema e della somma Beatitudine;             

4. l'unione col Supremo significa unità con la Coscienza Assoluta. Tutto l'universo diventa la propria esistenza, l'espansione del suo mentale.

Samprajnatah: la trance cognitiva è uno stato nel quale il meditante passa dal realismo pluralista all'idealismo soggettivo. Ascoltate Swami Vijnananda descrivere un'esperienza diretta di Sri Ramakrishna: “Colui che può distaccare il suo mentale dagli oggetti materiali vedrà la luce di Dio e la sua presenza  in tutto. L'attaccamento agli oggetti del mondo tiene le persone lontane da Dio e le getta nel fuoco terribile del mondo. Il Maestro era per tutto il tempo immerso nel pensiero della Madre Divina e per questo le sofferenze del mondo non avevano alcun effetto su di lui. Diceva sovente quanto rimpiangesse di non poter condividere  con altri questa sublime ed ineffabile gioia che risultava dalla sua costante comunione con Dio- quella gioia che pervadeva tutto il suo essere e lo faceva fluttuare in  un oceano d'estasi divina”.

Nello stato del Samadhi Samprajnata l'aspirante ha tutti i poteri per controllare la natura. Tutti gli aspetti della natura possono essere oggetto di concentrazione in questo tipo di Samadhi. Patanjali ne descrive quattro varietà.

In un primo tempo l'oggetto della concentrazione è un elemento grossolano, si tratta del Samadhi Savitarka, cioè si esaminano gli elementi.

In uno stato più profondo, l'elemento oggetto della concentrazione è preso in considerazione fuori dal tempo e dallo spazio, e questo è il Samadhi Nirvitarka. 

Quando la meditazione è fatta sullo stato sottile dell'elemento grossolano, situato nello spazio e nel tempo, questo si chiama Savichara, cioè discriminazione.

Quando, nella meditazione, lo spazio e il tempo sono eliminati si tratta di Nirvichara, meditazione senza discriminazione, omogenea.

Quando l'elemento è abbandonato in quanto oggetto e la concentrazione si fa sugli organi interni di percezione – gli Indriyas -  viene raggiunto uno stato di meditazione superiore. Questa meditazione, che non subisce l'influenza di  Rajas o di Tamas, è chiamata Sananda  o Samadhi beato.

Quando il mentale stesso diventa oggetto della concentrazione e rimane solo lo stato sattvico dell'ego, il Puro Ego, questo è il Samadhi Sasmita, lo stato in cui l'aspirante è liberato da ogni altro oggetto. L'aspirante che raggiunge questo stato è anche conosciuto come colui che è “privo di corpo”.  Ciò significa che egli non si identifica più col suo corpo grossolano ma mantiene la sua individualità col corpo sottile.  Si dice che questo corpo sottile è dissolto in Prakriti, la Natura, alla fine di un ciclo. L'aspirante è sempre allontanato dalla Realizzazione come Pura Coscienza o Spirito libero. Queste anime tornano in un ciclo creatore. Sono esseri superiori che possiedono un controllo sulla Natura.

 

Qual'è la natura e la definizione  dello stato sopra-cognitivo?

La risposta è nel diciottesimo aforisma:

 

Versetto 18. “Virama  Pratyayabhyasa Purvah Samskara Shesho Anyah”.

“Un altro tipo di concentrazione è quella in cui la coscienza non contiene alcun oggetto, ma solo impressioni subcoscienti che sono come semi bruciati. Essa può essere raggiunta  con il controllo costante delle onde di pensieri per mezzo della pratica del non-attaccamento”.

 

Il Samadhi Asamprajnata – lo stato sopra-cognitivo di coscienza senza oggetto – si raggiunge creando il vuoto nel mentale. Gli aspiranti vi sopprimono tutti gli oggetti e tutte le modificazioni. Sì, lo so! Sembra facile fare il vuoto nel mentale.  Ma presto scoprirete che, senza un distacco estremo ed una aspirazione molto forte, tutti i vostri sforzi saranno vani. Per esempio, potrete cercare di superare l'inerzia di Tamas durante la meditazione. Durante questo processo, vi accorgerete che avete dormito profondamente! E verosimilmente confonderete questo sonno col vuoto del vostro mentale! Ma, per l'aspirante qualificato che possiede un'aspirazione molto forte, il distacco scioglie tutte le tendenze, buone o cattive che siano. E' a quel punto che il suo Samadhi diventa senza seme (impressioni subcoscienti). Così il mentale stesso è dissolto.

 

Sono sicuro che a questo punto vorreste pormi questa domanda: che tipo di illuminazione esiste oltre la concentrazione sul mentale?

La conoscenza ottenuta dal mentale è inferiore, perché è limitata ed anche i suoi oggetti sono limitati. Essa occupa uno stato intermedio tra la pesantezza assoluta della materia e la Pura Coscienza intuitiva senza oggetti. Nella Pura Coscienza intuitiva l'uomo si riconosce Spirito. “Allora l'uomo saprà che non c'è stata né nascita né morte, né andare né venire, era la Natura che si muoveva ed il movimento era semplicemente riflesso nella sua anima”.

Praticando la concentrazione, la contemplazione e la meditazione sulla luce suprema della Pura Coscienza (Purusha), si manifesta una rinuncia superiore alla materia. Perciò, quando il mentale diventa completamente liberato da tutto ciò che concerne la materia, si trasforma in mentale cosmico che brilla e risplende eternamente. Coloro che hanno raggiunto il livello di Samadhi Samprajnata o quello dell'Asamprajnata non hanno che buone tendenze in loro. Essi diventano assorbiti nella Natura. Essi raggiungono il senso dell'ego sottile e, volendo, possiedono forze intelligenti, identificate con gli aspetti della Natura e capaci di controllare la Natura. Queste forze intelligenti sono chiamate Esseri divini. Il sistema dello yoga ammette un Dio distinto da tutte le Divinità. Ma vedremo questo più avanti.

 

Ascoltiamo Sri Ramakrishna: “A meno che il mentale non sia rafforzato, non ci può essere yoga. Il vento dell'attaccamento a questo mondo disturba sempre il mentale, che può essere paragonato alla fiamma di una candela. Se la fiamma è assolutamente ferma, allora diciamo che lo yoga è raggiunto”.

“Nel Samadhi l'uomo diventa uno con Dio. Allora non può esserci egotismo”.

“A mezzogiorno in punto il sole è esattamente sopra la nostra testa. Se vi  guardate intorno in quel momento non vedete la vostra ombra. Allo stesso modo, non troverete più l'ombra del vostro ego dopo aver raggiunto la conoscenza, il Samadhi”.

 

Parliamo adesso del modo di raggiungere il Samadhi:

La concentrazione senza il distacco non può portare alla liberazione. Patanjali dice nel diciannovesimo aforisma:

 

Versetto 19. “Bhava pratyayo videha prakritilayanam”.

Quando la concentrazione non è accompagnata dal distacco, ed è per questo che l'ignoranza permane, l'aspirante raggiungerà lo stato di dio disincarnato o sarà immerso nelle forze della Natura”.

“L'immortalità non è raggiunta senza rinuncia” è il primo enunciato del Vedanta. Possiamo lottare duramente, saremo ricompensati in funzione dei nostri desideri. Coloro che lottano unicamente per essere liberati saranno liberati. Quelli che lavorano per il potere e il piacere li otterranno in questo mondo e nell'aldilà, qui e nella prossima vita. La concentrazione sugli elementi grossolani e gli organi dei sensi ci condurrà alla condizione di corpi divini. La concentrazione sul mentale o sull'ego presuppone l'unione alla forze della Natura e a quelle che dirigono tutte le parti dell'universo.

Nel Vangelo di Ramakrishna troviamo questa conversazione tra il Maestro e il Pandit Surendra, che spiega chiaramente i diversi tipi di realizzazione.

“Alcune anime realizzano Dio senza praticare nessuna disciplina spirituale. Esse vengono chiamate nityasiddha, perfette di ogni  eternità. Coloro che hanno realizzato Dio attraverso delle austerità, il japa e altre cose simili, sono chiamati sadhanasiddha, perfetti per la disciplina spirituale. Poi ci sono quelli che vengono chiamati Kripasiddha, perfetti per la grazia divina. Essi possono essere paragonati ad una stanza rimasta nell'oscurità per mille anni e che si illumina nel momento in cui vi si introduce una lampada. Esiste anche un'altra categoria di fedeli, gli hathasiddha, cioè chi ha ottenuto all'improvviso la visione di Dio. Il loro caso assomiglia a quello di un ragazzo, di famiglia povera, che riceve improvvisamente i favori di un uomo ricco. Questi gli da la figlia in matrimonio, e con lei un terreno, una casa, un tiro di cavalli, dei domestici e via di seguito.

E c'è ancora un altro gruppo di fedeli, gli svapnasiddha, quelli che hanno avuto la visione di Dio in un sogno”.

Surendra dice sorridendo: ”Allora andiamo a dormire. Ci risveglieremo ritrovandoci signori, aristocratici”.

Il Maestro risponde con tenerezza: “Lei è già un Signore. Quando la lettera “i” è aggiunta alla lettera “b”, “b” resta “b”, è inutile aggiungere un'altra “i”. Se l'aggiungete avrete sempre la stessa “b”. (Tutti ridono). E il Maestro continua: “Il nityasiddha è una categoria a parte. E' come il legno di arani. Un piccolo sfregamento produce il fuoco. Potete perfino ottenere del fuoco senza strofinarlo. Il nityasiddha realizza Dio praticando una disciplina spirituale leggera, a volte pure senza praticarne alcuna. Ma, dopo aver realizzato Dio praticherà una disciplina spirituale. E' come il vino di zucca o di rapa, prima i frutti poi il fiore”.

Secondo la credenza indù esistono vari piani di esistenza - alcuni sono dolorosamente infernali, altri piacevolmente celesti. Tutti quelli che non hanno raggiunto una completa realizzazione del Sé possono andare per qualche tempo, dopo la morte, in questi differenti piani in funzione del loro karma.

Questi piani non sono eterni. L'aspirante rinasce nella vita mortale per avanzare nel suo yoga - la sua unione con la Realtà Ultima. Nessun essere celeste può mai esistere eternamente.

 

 

Per intensificare la sete spirituale Patanjali insegna nel ventesimo Aforisma:

 

Versetto 20. “Shradha Virya smriti samadhi prajna purvaka itaresam”.

“La concentrazione del vero aspirante è raggiunta attraverso la fede, l'energia, il ricordo, l'assimilazione e l'illuminazione”.

 

La vera fede secondo Patanjali è provvisoria, flessibile, senza dogmi, aperta al dubbio e alla ragione. E' lei che permette di crescere come una giovane pianta.

Ascoltate Sri Ramakrishna:

“La pratica di una disciplina è assolutamente necessaria. Perché un uomo non dovrebbe riuscire se pratica un sadhana? Ma egli non ha bisogno di lavorare duramente se ha una vera fede - la fede nelle parole del suo Maestro. Un giorno Vyassa stava per attraversare il fiume Yamuna, quando arrivarono delle guardiane di vacche e anche loro volevano passare sull'altra riva. Ma non c'erano traghetti in vista. Esse si rivolsero rispettosamente a Vyassa: - Signore, cosa possiamo fare? - Non vi preoccupate - egli rispose - vi farò attraversare. Ma sono affamato, non avete niente da darmi da mangiare? Le guardiane avevano molto latte, panna e burro. Vyassa mangiò tutto. Poi le ragazze domandarono: - Signore, potete farci attraversare il fiume adesso? Vyassa  si drizzò sugli argini dello Yamuna e disse: - O Yamuna! Siccome oggi non ho mangiato nulla, forse puoi dividere le tue acque per farci camminare fino all'altra riva. Appena il Saggio ebbe mormorato queste parole, le acque dello Yamuna si aprirono. Le ragazze rimasero mute di stupore. -Ha appena mangiato tutto quello che avevamo - si dicevano - e dice non ho mangiato nulla...! - Vyassa aveva la ferma convinzione che non era lui  ma il Narayana che dimorava nel suo cuore che aveva preso il cibo.

Sankaracharya era un Brahmajnani, un conoscitore di Brahman, questo è certo. Ma all'inizio il suo sentire era differenziato: egli non credeva con fede sicura che tutto nel mondo è Brahman. Un giorno, mentre usciva dal Gange dopo il bagno vide un intoccabile, un macellaio che trasportava una carcassa di carne. Involontariamente l'uomo toccò il suo corpo. Sankara gli gridò furioso: - Ehi tu! Come osi toccarmi? - Il macellaio gli rispose:- Con tutto il rispetto che vi devo, Signore, io non vi ho toccato, così come voi non mi avete toccato. Il Puro Sé non può essere un corpo, e neppure i cinque elementi, né i ventiquattro principi cosmici -. In seguito Sankara superò la sua differenziazione.

Una volta, Jadabharata trasportava la portantina del re Rahugana e, nello stesso tempo, teneva un discorso sulla conoscenza del Sé. Il re scese dalla portantina e gli disse: - Chi dunque voi siete, di grazia? -  Jadabharata rispose: - Non sono né questo né quello, sono il Puro Sé-. Ed aveva la fede perfetta di essere il Puro Sé”.

 

Noi abbiamo bisogno di energia. Senza la forza nessun progresso spirituale può avvenire. “Questo Atman non può essere raggiunto dal debole” dice l'Upanishad Katha. Se il mentale è pieno d'inerzia come potrebbe essere illuminato? Gli insegnamenti di Swami Vivekananda ci spiegano molto bene perché dobbiamo coltivare la fede e la forza:

“Noi possiamo vedere che tutta la differenza tra un uomo e un altro dipende dall'esistenza o meno della fede in sé stessi. La fede in noi stessi farà tutto. Io l'ho sperimentato nella mia vita e continuo a sperimentarlo avanzando negli anni, la fede diventa sempre più forte. Colui che non crede in se stesso è un ateo. Le religioni antiche dicevano che chi non credeva in Dio era un ateo. Le religioni moderne dicono che è chi non crede in se stesso ad essere ateo. Ma non è una fede egoista, perché, lo ripeto, il Vedanta è la dottrina dell'Unità.

 

Questo significa: abbiate fede in tutto perché voi siete tutto.

 

E' una fede senza limiti che migliorerà il mondo, di questo sono sicuro. Chi può dire senza mentire: “Io so tutto di me” è il più grande degli uomini. Sapete quanta energia, quanto potere, quanta forza riposano ancora nascoste in voi?  Quale scienziato conosce tutto quello che c'è nell'uomo? Sono passati milioni di anni da quando l'uomo è sulla terra, e tuttavia solo una parte infinitesimale dei suoi poteri si è manifestata. E' per questo che non dovete dire che siete deboli. Come potete sapere quali possibilità dimorano dietro questa superficie indistinta? Voi conoscete molto poco di ciò che è in voi. Perché dietro di voi si trova l'oceano del potere infinito e della grazia.

La fede, la fede, dobbiamo aver fede in noi stessi, la fede, dobbiamo aver fede in Dio - ecco il segreto della grandezza. Se avete fede nei trecentotrenta milioni dei vostri dei mitologici ed in tutti gli  dei che gli stranieri hanno in ogni tempo introdotto nella vostra nebbia e se, tuttavia, non avete fede in voi stessi non ci sarà liberazione per voi. Abbiate fede in voi stessi, siate ben saldi su di lei e siate forti. E' tutto ciò di cui abbiamo bisogno”.

La pratica energica in vista di un rapido risultato deve sempre essere modulata secondo le proprie capacità. Una pratica lenta e sostenuta è il solo metodo consigliato da numerosi sapienti.

 

Versetto 21. “Ta Tramsa Veganamasannah”.

“Il successo nello yoga arriva rapidamente per coloro che sono intensamente energici”.

 

Versetto 22. “Mridu Madhyadhi Matratwat Tatapi Nisehah”.

Il successo varia a seconda dei mezzi adottati per ottenerlo – moderati o intensi.